Inadeguato

La stanza asettica riflette la fredda luce al neon sulle pareti bianche, in evidente contrasto con l’aria calda sparata a cannone dai termoconvettori, in un’umida mattinata di fine inverno. Sono seduto al terzo banco di una tipica aula della facoltà di ingegneria, adeguatamente incastonato nella fila insieme ad altri ragazzi ventenni con la barba incolta, vestiti con tute sportive o felpe con cappuccio.

Fondamenti di automatica, una delle prime lezioni di quel corso. Quel periodo in cui non riesci ancora a capire se la materia abbia soltanto un nome affascinante o sia davvero interessante.

Sicuramente il professore sta facendo del suo meglio per catturare la nostra attenzione e nonostante gli argomenti astratti e il suo insolito gesticolare, ci sta riuscendo, per lo meno con me. Parla di sistemi (parola che utilizza per rappresentare qualsiasi entità tangibile o meno) del suo stato, degli ingressi e delle uscite.

Ad ogni definizione associa un gesto specifico: quando dice sistema, disegna un cerchio davanti ai suoi occhi muovendo gli indici delle due mani in senso opposto per chiudere la circonferenza all’altezza del petto. Potete immaginare da soli come vengono rappresentati gli ingressi, le uscite e tutto il resto.

Sarà forse grazie al gesticolare o alla sua bravura nel modulare il tono di voce, ma quella mattina riesco a seguire bene la spiegazione, specialmente quando inizia a trasformare i concetti in schemi e formule impresse col bianco del gessetto sulla lavagna.

Intorno a me la classica situazione che si può trovare in una qualsiasi lezione di ingegneria. Chi dorme con la testa sul banco, chi lo fa invece con gli occhi aperti fissi nel vuoto. Qualcuno ascolta e qualcun altro prende appunti con la velocità di uno scriba egizio. In fondo all’aula c’è chi invece ha già capito che porterà anche questa materia a settembre.

Io mantengo lo sguardo sulla lavagna, seguendo la lezione, mentre il professore incalza, con l’intento evidente di volere arrivare ad un momento topico.

Ad un certo punto, dopo aver introdotto un nuovo argomento, si ferma posando il gesso nel contenitore e si volta verso di noi. Come un attore che termina il suo monologo, ci guarda in modo serio ma con un sorriso accogliente. Lascia un tempo teatrale per aumentare la suspense, di cui approfitta per togliere la polvere di gesso dalle mani e dalla giacca color topo, in stile anni ’90. Poi si rivolge a noi studenti:

Bene, qualcuno vuole dimostrare il teorema che ho appena enunciato?

Silenzio e gelo. Probabilmente accentuati dallo spegnimento del riscaldamento che aveva raggiunto la soglia di temperatura, ma quella stanza non era mai stata così fredda e silenziosa quella mattina. Il professore sta chiedendo a noi studenti di improvvisare una rigorosa dimostrazione scientifica prima ancora che lui la spieghi.

È evidente che si tratti di un invito, di una sfida, più che di un’interrogazione.

Nessuno se la sente?

Nel silenzio che aumenta sento il mio cuore accelerare i battiti. Era evidente che nessuno voleva esporsi davanti ad altre 100 persone. C’era chi distoglieva lo sguardo dalla lavagna e chi cercava di smorzare la tensione con un sorrisetto ironico.

Il tempo rallenta, a causa della situazione di stallo, ed io provo a concentrarmi su quello che vedo alla lavagna. Non ho tutte le idee chiare, ma avendo seguito la lezione penso di avere un’idea di come procedere nella dimostrazione.

Sento il caldo salire alla testa, mi guardo ancora intorno e nessuno sembra volere accettare la sfida del professore. Alzo la mano

Vorrei provarci io

Sento il peso degli sguardi di tutta la stanza, mentre qualcuno dalle ultime file si muove per alzare la testa e cercare di capire chi ha parlato.

Prego, si alzi così che tutti la possano vedere. Mi mostri come procedere.

Mi alzo.

Non capisco se sia per l’acido lattico dell’allenamento della sera prima, ma qualsiasi muscolo richiede un duplice sforzo per muoversi.

Inizio ad esporre la dimostrazione ed il professore trascrive le mie parole come sotto dettatura. In quel momento realizzo che tutti mi stanno guardando e la mia voce diventa più incerta, così come il mio dito trema mentre indico i punti sulla lavagna a cui sto facendo riferimento.

Sento qualche collega ridacchiare, probabilmente mentre incespico tra le parole, ed il calore inizia a farmi arrossire il volto.

Il professore però trascrive senza interrompermi e accoglie ogni mia istruzione con un cenno del capo.

Inspiro e butto fuori il fiato. In quel momento non c’è più nient’altro oltre a me e la lavagna.

Procedo deciso, fino al punto in cui credo sia l’ultima parte della dimostrazione, poi mi fermo rimanendo in piedi davanti a tutti.

Il tempo si è fermato di nuovo ed il silenzio della classe è rotto dal rumore del gesso riposto nel contenitore dal professore. Si volta, sempre con sguardo serio e sorriso accogliente, ancora una volta spolverandosi prima le mani e poi la giacca.

La dimostrazione è corretta. Bravo!

Nessuno dice niente, anche se noto che qualche vicino di banco è diventato più rosso di me nel frattempo.

Non mi sono mai sentito così inadeguato.

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